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DALLA FURLANA AL VALZER
MUSICHE E BALLI DI TRADIZIONE DEL POLESINE

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a cura di Marina Dalla Valle e Guglielmo Pinna

Collana: Etnografica
Anno: 1989
Pagine: pp. 320, n. 17 ill.
ISBN:

Descrizione

La Collana “Etnografica” continua l’itinerario di documentazione e ricerca attraverso la cultura popolare nel Polesine. Cultura che col presente saggio di musiche da ballo, provenienti da Ariano Polesine e Taglio di Po, due centri particolarmente vivaci per quanto riguarda la tradizione del ballo popolare, viene fotografata in una fase particolarmente significativa del processo di trasmissione: il momento di trapasso da una dimensione etnicamente connotata e relativamente circoscritta (quella delle antiche danze dai nomi a noi pressoché sconosciuti) ad una dimensione di respiro nazionale ed internazionale, che sempre più ha caratterizzato, tra gli altri fenomeni, anche il ballo popolare nel nostro secolo.

Mentre potrebbe essere semplice limitarsi a constatare genericamente la scomparsa di ogni traccia di origine etnica dai repertori dei musicisti di paese, almeno dal secondo dopoguerra, assai più difficile è ricostruire pazientemente nel Polesine, in epoca contemporanea e in mancanza di precedenti indagini sull’argomento, (se si eccettua una parte di quella del Cornoldi), i fili sottili, che pur permangono di un sotterraneo legame, di una qualche continuità col patrimonio espressivo tradizionale.
La presente documentazione, dissepolta da vecchie soffitte e da memorie paesane, pone in primo piano personaggi spontaneamente indicati e ricordati dalla gente come coloro che hanno “fatto” la musica e animato il ballo di generazioni passate, l’unica musica che allora poteva concretamente arrivare nelle case, nei ritrovi, nelle piazze a creare la festa.

È il risultato di uno sforzo tanto più apprezzabile in quanto è la prima volta che l’area polesana viene fatta oggetto di ricerche specialistiche e capillari nel campo etnomusicologico et etnocoreutico.

Naturalmente il lavoro è tutt’altro che concluso, ma, abbiamo creduto, era importante pervenire comunque ad una prima rassegna del materiale rinvenuto, soprattutto come testimonianza tangibile di un rinnovato interesse verso le tematiche etnografiche in territorio polesano e, nel contempo, come stimolo incoraggiante altri contributi metodologicamente aggiornati come questo. Ci si augura infine, a più lunga scadenza, che le pubblicazioni della Collana abbiano come effetto una maggiore consapevolezza della gente polesana nei confronti del proprio patrimonio etnico.

Chiara Crepaldi

In copertina:
Orchestra di Livio Ponzetto (1915)
In piedi da sinistra: Ubaldo Veronese, Gaspare Passarella, Settimo Passarella (?), Giovanni Pregnolato.
Seduti, da sinistra: Ferrante Veronese, Giovanni Milani, Livio Ponzetto, Imo Passarella.

Le pubblicazioni di carattere etnomusicologico di un certo interesse che riguardano il Veneto, al giorno d’oggi credo non superino le dita della mano; alcune di queste, in forte contrasto con la massiccia presenza in questi territori di una tradizione culturale accademica e conservatoriale (ben sette conservatori musicali), son state edite o patrocinate fuori dal Veneto. È quindi con grande plauso che va accolto l’impegno della “Minelliana” di dare alle stampe questi spartiti, frutto dell’altrettanto lodevole opera di ricerca, studio e valorizzazione del patrimonio tradizionale veneto che da vari anni conducono con grande passione, sacrificio personale e con l’incredibilmente scarsa collaborazione da parte di Enti Locali e Università, Marina Dalla Valle e Guglielmo Pinna.

È necessario subito specificare che il materiale trattato, pur presentando notevoli connotazioni etniche, risente già dello spirito innovativo apportato sul finire del secolo scorso dalle associazioni bandistiche; tutti i personaggi di cui si riportano i manoscritti, infatti, hanno avuto duraturi rapporti con tali associazioni, sviluppatesi dopo l’unità d’Italia particolarmente nel Centro-Nord. Il fatto stesso che essi scrivano la musica (a tal riguardo si noti in alcuni la sicurezza della grafia che, sebbene a volte appaia esercizio calligrafico non immediatamente leggibile, denota una disinvoltura propria di chi ha scritto molto) non può che indurre alla considerazione dell’importante opera di alfabetizzazione delle bande visto che fino al 1866 in Polesine (ma così in gran parte del Veneto) esistevano pochissime scuole musicali e l’insegnamento collettivo era praticato da maestri privati – nella stragrande maggioranza ecclesiastici – che si soffermano principalmente su repertori funzionali alle pratiche liturgiche.

Dopo la cacciata degli austriaci ed il ripristino dei corpi bandistici (prima legati alla Guardia Nazionale e alla Guardia Civica di ispirazione napoleonica) si assiste ad una forte ondata di entusiasmo e di rinnovamento musicale, forse anche suscitata – come scriveva Antonio Cornoldi – dal ricordo delle ottime bande militari austriache. In poco tempo anche in Polesine sorgono varie associazioni bandistiche (ad Ariano Polesine addirittura tre), e attraverso queste molta gente del popolo ha la possibilità di imparare a leggere la musica: contemporaneamente si diffondono nuovi strumenti tecnologicamente avanzati e si affrontano nuovi repertori che lentamente andranno a sostituire quelli più autoctoni.

Negli ultimi anni si è stati testimoni di un rinnovato interesse nei confronti del fenomeno bandistico: più volte è stata ribadita l’importanza della banda sia come elemento socializzante che come istituzione funzionale ad una didattica musicale tuttavia, in questa sede, non si può celare che il fiorire alla fine dell’ottocento di tali complessi e di numerose corali a repertorio pseudo-colto agì negativa- mente nei confronti della musica popolare, particolarmente sui repertori del canto, del canto a ballo, e della danza.

In questo periodo si evidenziò in Italia la spaccatura tra musica popolare e musica colta (o pseudo-colta), favorendo la diffusione del preconcetto secondo cui i repertori tradizionali non solo non fossero degni di considerazione, ma che essi, così inequivocabilmente spirito di popolo, fossero una cosa da nascondere e di cui vergognarsi: un gravissimo errore, sia di metodo che di prospettiva della classe culturale italiana del tempo.

Oggi sappiamo bene quanto siano state importanti le tradizioni musicali popolari in paesi spesso guardati con sufficienza dal “paese del bel canto”; basti pensare solo alle produzioni scandinave, slave, balcone, greche, spagnole di questo secolo per rendersi conto del peso determinante che hanno avuto le etnofonìe locali nella elaborazione di tali opere.

Dalla fine dell’ottocento in poi per gran parte delle musiche tradizionali italiane il destino sembra segnato: l’idealismo crociano, l’uso strumentale delle tradizioni nel ventennio fascista, il periodo della ricostruzione e il boom economico, contribuiscono lentamente alla disgregazione di una cultura secolare; solo ora ci si rende conto che dietro i quadretti oleografici, le tarantelle da varietà, dietro i tanto ostentati Pulcinella con mandolino, per decenni paravento di una tradizione in sfacelo, il vuoto culturale è enorme. È a tal punto che in uno sforzo quasi disperato vanno rivalutati documenti come questi che, nonostante spesso presentino contaminazioni e riferimenti extrapopolari, una volta passati al setaccio possono rivelare importanti testimonianze sulla nostra storia culturale.

Scendendo nel particolare vediamo che la maggior parte di questi spartiti interpreta e sviluppa un materiale decisamente di importazione: valzer, polche, mazurche, musiche che non si erano mai suonate e ballate prima, ma che tuttavia in molti casi acquistano, per così dire, un sapore tutto padano particolarmente evidente in certe gustosissime scotis.

Tra le musiche da ballo che maggiormente conservano connotazioni etniche sono da sottolineare i vari esempi di valsivien, menacò, galop, quadriglia, ma soprattutto è importante la presenza in questi manoscritti della manfrina, antica danza dal nome e dalla coreutica spesso diversi da zona a zona, ma sostanzialmente riconducibili ad un’area di diffusione che va dal Monferrato all’Emilia, all’Istria. Mancano tra questi scritti riferimenti a danze come la furlana o la vilota, forse talmente di dominio pubblico da non avere – per dei musicisti popolari acculturati – le caratteristiche per essere annotate al fianco di un valzer di Strauss. Manca anche qualsiasi riferimento alle danze gioco (o figurate): bai del specio, bai de la scoa, bai del parmesso ecc…, o al licenzioso bai del ludro, recentemente affiorato tra i ricordi di alcuni pescatori di Porto Levante, che, essendo balli di carattere ludico, probabilmente erano considerati con sufficienza da questi musicisti; tuttavia, al di là di un certo gusto per la ridondanza e per riferimenti, a volte fin troppo evidenti, allo stile galante viennese, il presente documento è una testimonianza importantissima che attesta in maniera inequivocabile la diffusione nel Veneto di un repertorio di musiche e danze di derivazione etnica.

Voglio sperare che questa fatica non figurerà solo nella biblioteca di qualche professore illuminato (o dissidente) di conservatorio o di qualche appassionato cultore di storia locale, ma che possa essere, tra le altre cose, anche funzionale a quella moltitudine di bande, corali, gruppi folcloristici della regione, che ad ogni estate ritroviamo nelle piazze con costumi sempre più sgargianti e con repertori sempre più standardizzati in cui prevalgono l’esecuzione acritica, l’aridità interpretativa, l’approssimazione coreutica. Questo è un materiale che può aiutare a restituire dignità anche a questi spettacoli.

A chi fino ad ora si è preso la licenza di dire che il patrimonio di musica e danza tradizionale veneto era perduto (alimentando, con questo pretesto, la diffusione di appaganti e falsi modelli costruiti a tavolino) questo libro risponde che non è vero: bisogna solo cercare.

Roberto Tombesi

Prefazione di Chiara Crepaldi
Presentazione di Roberto Tombesi
Le musiche da ballo nel contesto polesano di fine ottocento e primo novecento
La raccolta di Pasquale Casini
La raccolta di Vittorio Spadon
La raccolta di Imo Passarella
La raccolta Sandoli
Bibliografia

MARINA DALLA VALLE

Nata a Noale (VE) nel 1956, da anni svolge ricerche sulle musiche da ballo e i balli tradizionali nel Veneto, operando all’interno dell’Associazione Culturale Laboratorio Bambù. Oltre alla ricerca etnomusicologica, si dedica all’animazione, privilegiando gli studi sul gioco, sul teatro dei burattini e delle marionette.

GUGLIELMO NATALINO PINNA

Nato a Olmedo (SS) nel 1942, studioso di tradizioni musicali e coreutiche, si dedica in modo particolare alla ricerca sul campo e alla didattica della musica. Fondatore, con Marina Dalla Valle, dell’Associazione Culturale Laboratorio Bambù, ha scelto il Veneto come luogo dove approfondire i suoi studi e le sue ricerche. Animatore fin dai primi anni ’70, privilegia nella sua proposta educativa il metodo dei laboratori, intesi come ricerca, studio delle tradizioni e delle trasformazioni sociali, rielaborazione in chiave artistica-espressiva delle nuove tematiche culturali.

Tra le pubblicazioni dei due autori si citano: Strumenti, musiche e balli tradizionali nel Veneto (Dalla Valle, Pinna, Tombesi), ed. Forni, Bologna 1987; Musiche da ballo e balli tradizionali nel Polesine e Musiche da ballo e balli tradizionali nell’Agordino (Dalla Valle, Pinna); videocassette prodotte dal Laboratorio Bambù per la Mediateca Regionale del Veneto, 1987.

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